| I dati |
Espelho Magico Regia e sceneggiatura: Manoel de Oliveira Fotografia: Renato Berta Montaggio: Valérie Loiseleux Interpreti: Ricardo Trepa, Leonor Silveira, Duarte de Almeida, Luis Miguel Cintra, Isabel Ruth, Michel Piccoli, Marisa Paredes Origine: Portogallo 2005 Durata: 137’ |
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Speciale Venezia. Concorso
L'anima dei ricchi
di Marco Onorato
Si attende invano l’apparizione della Vergine: in 'Espelho Mágico' le uniche epifanie sono quelle dei rovelli spirituali della classe agiata e, naturalmente, dell’arte di de Oliveira.
97 anni il prossimo Dicembre, Manoel de Oliveira vanta una concezione del cinema e del mondo consolidate ed affinate dall’esperienza, un alter ego letterario (Agustina Bessa-Luís) in grado di fornire il sostrato narrativo di quasi ogni progetto visivo, un manipolo di attori straordinari e fedeli. Fare film per de Oliveira non è, dunque, mai stato un problema e l’età non ha per nulla attenuato una prolificità che oggi, forse, trova un qualche riscontro (numerico, non certo qualitativo) solo in quella di Woody Allen. Espelho Mágico è stato girato in appena quattro settimane tra Portogallo, Israele e Italia ed ha consentito al Maestro di tornare puntualmente alla Mostra di Venezia, un anno dopo lo splendido Il quinto impero.
A dispetto di una fattura come sempre ben al di sopra della media (e, in particolare, degli standards qualitativi di questi anni avari di grande cinema), Espelho Mágico – è bene chiarirlo subito – non è all’altezza né del film visto al Lido dodici mesi fa né, in generale, delle ultime creazioni di de Oliveira. Il lavoro di trasposizione del romanzo A Alma dos Ricos della Bessa-Luís non sembra impeccabile e si avverte una certa difficoltà nel mettere a fuoco e conciliare le diverse tematiche offerte dall’archetipo letterario, tant’è che si rendono necessarie alcune precisazioni a scanso di spiacevoli equivoci interpretativi. Espelho Mágico non è un film sul sacro, nonostante parli di Alfreda, una nobildonna portoghese ossessionata dal desiderio di avere un’apparizione della Madonna e proiettata in una dimensione di misticismo che finisce per conquistare o infastidire la sua ‘corte’ di parenti, ecclesiastici, intellettuali e servitori. Non si tratta neanche di una pellicola manieristica ed autoreferenziale, sebbene l’introduzione di un elemento di alterità come il personaggio di Luciano, disilluso ex carcerato assunto a servizio da Alfreda, sembri in prima istanza funzionale ad adottare una prospettiva straniante e, per una volta, ironicamente distaccata di de Oliveira nei confronti delle verbose elucubrazioni che contraddistinguono il suo tradizionale panorama di uomini e donne smarriti nell’iperuranio della religione, della letteratura e della filosofia. Espelho Mágico non è, infine, un film che intenda compendiare la condizione spirituale di un’intera classe e che, ad esempio, individui nell’aristocrazia portoghese una superficiale attrazione nei confronti della santità, del miracolo e, in ultima istanza, del corrispettivo oltremondano di una supremazia e di una beatitudine ormai acquisite nella sfera temporale.
Nel tratteggiare la complessa figura della protagonista, in effetti, de Oliveira dissemina alcuni indizi che rischiano di passare inosservati nella consueta densità dei dialoghi ma che risultano illuminanti: Alfreda (la sempre magnifica Leonor Silveira) si dichiara appagata da un’agiatezza che le ha consentito di sperimentare tutti i sapori della vita ma, al contempo, avverte con lacerante intensità la mancanza di un figlio che il marito non è riuscito a darle. Ai suoi occhi, dunque, la Vergine è l’incarnazione di una maternità vissuta nella sua forma più piena ed incorrotta, realizzata nel modo più impensabile, destinata a suscitare un’inevitabile fascinazione su una donna infeconda. Quello che Espelho Mágico racconta, dunque, è un caso individuale, una peculiare costellazione psicologica, un processo empatico continuamente frustrato dall’invisibilità dell’altro polo dell’identificazione, di cui Alfreda cerca di definire i contorni affidandosi al parere illuminato di sacerdoti e, soprattutto, di uno studioso dei testi sacri, il professore Heschel, che le darà un barlume di speranza svelandole come Maria fosse anch’ella una donna ricca, almeno stando ai Vangeli apocrifi. Non a caso, l’improvvisa morte di Heschel getterà Alfreda nello sconforto e nella prostrazione fisica, privandola dell’utopia di incontrare ed interrogare la Madonna, di vedere l’eternità squarciare il diaframma del tempo e manifestarsi attraverso uno specchio divenuto improvvisamente magico.
Dunque, se di generalizzazioni si può parlare nella pellicola di de Oliveira, queste non riguardano tanto il rapporto col sacro quanto piuttosto la percezione della cosiddetta “anima dei ricchi” da parte di chi ricco non è. La figura di Luciano è emblematica della reciproca diffidenza tra le diverse classi sociali, dell’inconciliabilità tra due differenti modi di concepire la religione inevitabilmente condizionati dalla disparità di condizioni di vita e di formazione culturale. Quando Luciano è testimone dei tentativi più estremi di Alfreda di attualizzare e, così, di rendere ‘vicine’ le icone della tradizione biblica (la nobildonna, con disarmante ingenuità, dichiara di immaginarsi la Sulamita del Cantico dei Cantici con le fattezze di Cher!), non può che ritenerli i sintomi di una nevrastenia connaturata alla fatua esistenza degli aristocratici e progettare l’irridente messinscena di un’apparizione della Vergine. Ma egli ignora quanto si afferma in uno degli aforismi più importanti del film: l’uomo è incline a trasformare in oggetto di culto ciò che non riesce a comprendere, a ricondurre alla propria esperienza. E del resto de Oliveira sottolinea la paradossalità del pregiudizio verso le presunte manie di Alfreda, mostrando che lo stesso Luciano aveva ‘santificato’ l’amata Camila, dotata di un carisma e di una purezza irriducibili al mondo ‘macchiato’ dal peccato che il giovane aveva sempre conosciuto.
Risulta ormai chiaro quanto ciascuno dei due temi portanti di Espelho Mágico sia a dir poco affascinante. Il problema è che de Oliveira non riesce ad amalgamarli, a dispetto della frequente interazione dialogica tra i personaggi di Alfreda e Luciano, ed imbastisce un film disorganico, frammentario, sostanzialmente irrisolto. Certo, il risarcimento sul piano visivo non manca: la raffinatezza pittorica della composizione delle inquadrature, la direzione impeccabile di interpreti formidabili (anche Marisa Paredes, per la prima volta diretta dal Maestro portoghese, è perfetta), l’ipnotico piano-sequenza in soggettiva nella Venezia di Piazza S. Marco e dell’Hotel Danieli valgono da soli il prezzo del biglietto. Ma, giacché il metro di giudizio è dato dall’eccellenza assoluta raggiunta dal regista in altre pellicole, ribadiamo: Espelho Mágico non si colloca ai vertici della stupefacente filmografia di de Oliveira.
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