05 set 2005

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Persona non grata

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Argomento ingrato
di Massimo Tria

Un maestro indiscusso del cosiddetto cinema della “inquietudine morale” continua ad interrogarsi sui meccanismi del conformismo e sugli intrighi nascosti dietro la facciata pubblica.

Zanussi, oltre ad essere per diversi motivi ben noto e legato all’ambiente culturale del nostro paese, è stato fra i principali protagonisti di uno degli ultimi grandi “momenti di gruppo” della cinematografia del suo paese, quel cinema che lo vedeva interrogarsi sulla sopravvivenza morale dell’individuo, insieme a colleghi quali Agnieszka Holland, Feliks Falk o anche Krzysztof Kieslowski, tanto per fare alcuni nomi. I sottili smottamenti dell’animo umano, indeciso fra l’accettazione dell’andazzo politico-sociale e la ricerca di un ordine etico superiore, erano da lui ripresi con uno stile accurato, ma non oziosamente virtuoso, severo, ma non monotono, che per esempio con La struttura del cristallo o Colori mimetici gli ha guadagnato fama di attento osservatore della psicologia dell’uomo di fronte al potere ed al compromesso.

Dopo qualche anno il suo Persona non grata segna il ritorno della generazione dei grandi maestri polacchi in concorso sulla Laguna, ed il suo ripresentarsi su cotanta scena è scortato da uno staff di tutto rispetto: Zbigniew Zapasiewicz, uno degli attori che lo accompagnano ripetutamente fin dai primi film, Jerzy Stuhr e Daniel Olbrychski, due mostri sacri della recitazione e della storia del cinema polacchi, perfino Nikita Michalkov, padre-padrone del cinema russo, che qui interpreta un alto funzionario post-sovietico. Per finire il Wojciech Kilar autore di colonne sonore storiche ed Edward Klosinski, fra i più apprezzati direttori della fotografia finiscono con l’offrire invidiabili risorse umane e garanzie di partenza al suo ultimo progetto filmico. Purtroppo sembra che questo sforzo produttivo internazionale (una parte dei fondi sono italiani, da cui la figura del nostro Remo Girone, mal amalgamata col resto del film) abbia un po’ bloccato il regista in un cinema troppo ermetico ed intimo, una sorta di riproposizione, come dire? “fuori tempo massimo” di tematiche già meglio analizzate dallo stesso Zanussi.

Una sofferta vicenda esistenziale (la morte della moglie del protagonista) non riesce a sintonizzarsi con una storia di intrighi e avvicendamenti di potere legati alle varie burocrazie dei paesi usciti dal Blocco di Varsavia: il dolore personale dell’Ambasciatore polacco in Uruguay impregna tutti i lati del suo agire pubblico, acuendo la diffidenza maturata in anni di dissenso politico fino a livelli morbosi; la distruzione di tutto il suo mondo interiore, scatenata dal lutto più grave della sua vita, porta la sua fragile psicologia ad avvitarsi pericolosamente in un vortice di sospetti (che tali rimarranno) e di brighe (in cui lui, “buono” per natura, non ha alcuna chance di vittoria).
Questa commistione di dolore profondo per una tragedia personale e di lotte burocratiche fra “stati amici” a nostro avviso non si amalgama in maniera perfetta: se un tempo il “buon vecchio” cinema polacco (facciamo anche il nome di Wajda…) risultava ostico e mal digeribile all’estero per un pubblico poco informato sulle vicende del paese, qui certa freddezza che confonde lo spettatore è dovuta piuttosto ad un trattamento troppo particolareggiato di beghe ministeriali: quando Zanussi cerca la dimensione metaforica e prova ad instaurare un pessimistico confronto fra le maniere sovietiche ed i poco meno tristi usi delle nuove cancellerie si perde in disfide e ripicche dal respiro limitato, che impediscono la ricerca in profondità, e non incoraggiano lo slancio metaforico in alto che l’autore aveva sicuramente a cuore. La dimensione altra, quella più generalmente valida ed “universale” si intravede soltanto, soffocata a tratti dal fiele di macchinazioni e doppi giochi da thriller spionistico che ci fanno venire in mente l’ultimo, atipico Rohmer (il “thriller parlato” Triple Agent). Purtroppo Persona non grata lascia solo presentire gli abissi in cui si muove l’Ambasciatore fuori luogo e fuori tempo, prigioniero del suo risentimento e dei suoi fallimenti, ma rimane a tratti incatenato nei legacci della vicenda di spionaggio internazionale, ancorato alla quotidianità degli interessi subdoli dei personaggi, che si seguono con difficoltà e ricordano l’eccessiva cura di certo cinema americano sui complotti fra Stati, in cui ad un tratto può accadere di non aver più chiaro l’argomento del contendere.

Sembrerebbe piuttosto qui trattarsi di un “uno contro tutti”, dell’agone di un Sisifo, di un ex-dissidente puro in ispirito che crede di poter applicare il suo idealismo di un tempo nelle nuove condizioni sociali, ma è poi prigioniero del portato a lungo termine delle lotte di Solidarnosc, e prigioniero, suo malgrado, dei vecchi metodi dei regimi stalinisti di cui è stato vittima. Dopo una prima visione non mi è chiaro (me ne assumo la colpa) se l’autore condanni il conformismo rampante dei collaboratori dell’Ambasciata e degli (ex-)amici del protagonista oppure al contrario stigmatizzi la stessa sua incapacità di avere fiducia in quel poco di bontà che ancora alberga nell’animo umano (il console suo pupillo, che riesce ad inimicarsi per eccesso di diffidenza…).

Il film inizia con un gesto di rifiuto (il “non è possibile” del consorte di fronte davanti alla moglie defunta), procede fra atti e conversazioni sgradevoli (rinfacci e sospetti, liti fra funzionari), è pervaso da un cruccio (il dubbio di un “tradimento” della moglie con l’amico russo) e si chiude con una sorta di catarsi musicale; anche da queste poche parole si comprende che la linea di pensiero autoriale è tracciata piuttosto chiaramente, il punto debole è però a mio avviso che invece che un film di idee, un dialogo a più voci, Zanussi ha creato in definitiva un film “di vicenda”, in cui le troppe linee narrative nascondono la pena intima che ne è chiaro e sentito nucleo. Un’occasione in parte sprecata.

 

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