05 set 2005

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Proof
Regia di John Madden Sceneggiatura di David Auburn Tratto dall'omonima opera teatrale di DAvid Auburn Con Gwyneth Paltrow, Jake Glyllenhaall, Anthony Hopkins, Hope Davis Fotografia di Alwin Kuchler Scenografia di Alice Normington Durata: 100'
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di Davide Verazzani

Esile ma scorrevole la trasposizione per il cinema di un'acclamata piece teatrale londinese. E' "Proof" di John Madden

Catherine, ventisettenne di grandi speranze, ha trascorso gli ultimi 3 anni a curare il padre, il grande matematico di fama mondiale Robert Llewellyn, malato ed in preda ad attacchi di follia, trascurando gli studi ed un possibile brillante avvenire accademico. L’altra figlia, la cinica e carrierista Claire, giunge da New York per trascorrere il week end del funerale con la sorella. Nel contempo, Harold, un giovane studente di Robert, riceve il permesso di frugare fra i suoi appunti dell’ultimo periodi di vita alla ricerca della prova che il suo genio non si era definitivamente estinto. I rapporti fra i tre degenerano rapidamente, anche alla luce del fatto che Catherine, pur avendo lasciato gli studi, si dimostrerebbe (il condizionale è d’obbligo) essere, potenzialmente, un genio della matematica pure maggiore del padre Robert.

Giunge sugli schermi veneziani, nella paludata sezione del Concorso, l’adattamento cinematografico dell’omonima piece teatrale scritta dal Premio Pulitzer David Auburn, portata sugli schermi del West End londinese da una squadra assai simile a quella odierna: John Madden alla regia, Gwyneth Paltrow come protagonista. Del resto, i due sono giunti al successo planetario praticamente insieme, dato che furono regista e interprete del fortunato “Shakespeare in love”, nel 1998. Il connubio regista-interprete è in effetti il punto forte di un film che altrimenti risulta non del tutto centrato: la Paltrow è ottima, in una parte di donna fragile ma risoluta che sembra costruita apposta per lei, e Madden domina il mezzo con piglio sicuro, grazie ad una sceneggiatura tutto sommato solida ed anche ad attori calibrati (fra cui domina la presenza ieratica di un Anthony Hopkins ai massimi livelli). Ciò che non funziona è il tentativo, tutto anglosassone, di delimitare la realtà ad un’equazione matematica: la domanda base dell’opera è in effetti questa: “Ci sono, nella vita, soluzioni alle equazioni esistenziali che valgano universalmente, una volta dimostrate?”. Inutile dire che lo spunto è talmente esile che girarci un film intorno pare un’operazione quantomeno velleitaria; se a teatro può funzionare (anche se con beneficio d’inventario, data la diuturna lontananza dai palcoscenici londinesi…), al cinema l’intreccio appare posticcio fin dalle prime battute, ed ancor più quando irrompe sulla scena, del tutto inaspettata, la possibilità dell’esistenza di una dimostrazione che, da sola, cambierebbe la direzione di tutta la matematica (ma bisogna fidarsi di chi dice di averla scritta: e qui sta l’inghippo!). E’ da qui che lo sviluppo diventa del tutto improbabile, ed anche i dialoghi si accartocciano, diventando superficiali. E l’ostinata ricerca di una fiducia che Catherine/Paltrow non riesce ad ottenere sembra quasi la cocciuta determinazione, da parte di regista e sceneggiatore, a trovare una motivazione per cui una tale pellicola sia degna di essere visionata.
Del resto, Madden, almeno, si rende conto di non essere un “autore”, e riesce a non propinarci una verbosa dimostrazione filosofica; anzi, ricordandosi di essere un regista cinematografico, confeziona un film che, pur partendo da premesse non del tutto condivisibili, è del tutto fruibile e scorre via senza ambasce. Ma forse, per un Concorso veneziano, tutto questo è davvero poco.
Ah, a proposito: la risposta alla domanda esistenziale di prima è: NO. Ci voleva un film, per saperlo?

 

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