| I dati |
La passione di Giosuč l'ebreo Origine: Italia - Anno: 2005 - Regia: Pasquale Scimeca - Sceneggiatura: Pasquale Scimeca, Nennella Bonaiuto - Fotografia: Pasquale Mari - Musica: Miriam Meghnagi -
Interpreti: Anna Bonaiuto (Anna), Leonardo Cesare Abude (Giosuč), Marcello Mazzarella (Johanni), Vincenzo Albanese (l’Inquisitore) - Produzione: Arbash Film – Distribuzione: Istituto Luce |
| --- |
Speciale Venezia.
La passione di Giosuč l'ebreo
di Nino Genovese
Pasquale Scimeca torna a Venezia con "La passione di Giosuč l'ebreo".
Il collegamento con la storia e l’attenzione verso gli umili e gli oppressi stanno alla base dell’intero corpus filmografico del regista siciliano Pasquale Scimeca, che comprende, fino ad ora, sette lungometraggi, quasi tutti di ambientazione storica: Il giorno di San Sebastiano (1993) sui Fasci siciliani del 1893; Briganti di Zabut (1996) sul banditismo siciliano del dopoguerra; Placido Rizzotto (2000), il suo film più noto, sulla figura del sindacalista di Corleone ucciso dalla mafia nel 1948; Gli indesiderabili (2002), su un gruppo di italo-americani espulsi dagli Stati Uniti, negli anni Trenta-Quaranta.
L’ambientazione storica costituisce il contesto che fa da sfondo indispensabile per comprendere anche il suo ultimo film, La passione di Giosuè l’Ebreo, sceneggiato dallo stesso Scimeca con Nennella Bonaiuto e presentato nella sezione “Giornate degli Autori – Venice days”, con discreto successo di critica e di pubblico; ma, a parte il periodo storico molto più lontano (siamo nel Quattrocento) rispetto a quello degli altri suoi film, in questa sua ultima “fatica” l’elemento storico si fonde strettamente con l’elemento teologico, religioso e sociale, costituendo un tutt’uno inscindibile.
La storia è quella di un giovane ebreo di nome Giosuè (Leonardo Cesare Abude, attore brasiliano, al suo esordio), che assieme alla famiglia (tra cui la madre, Anna Bonaiuto) e al suo popolo viene espulso dalla Spagna dalla “cattolicissima” regina Isabella di Castiglia, e, dopo una serie di avventure, approda in Sicilia, dove va a vivere in un villaggio di carbonai, fondato da Ebrei costretti a convertirsi al cristianesimo. Giosuè, che è molto istruito sulle tematiche di carattere religioso, un giorno vince una gara di erudizione e quindi viene scelto per interpretare la figura di Cristo nella recita della passione che si svolge il Venerdì santo: una di quelle Sacre Rappresentazioni che nascono e si diffondono a partire dall’anno Mille con lo scopo di ricordare le varie tappe del sacrificio di Cristo, ma anche di propagandare e diffondere l’odio antigiudaico tra il popolo dei credenti: ché – come è noto – per molti secoli la Chiesa ha perseguitato gli Ebrei, considerandoli (erroneamente) gli uccisori di Cristo, crocefisso, invece, dai Romani. Adesso, in questa particolare recita, sarà proprio un giovane ebreo a interpretare il ruolo di Cristo; ma i potenti del luogo (soprattutto l’Inquisitore, che intuisce le origini ebraiche del giovane) decidono di ucciderlo: e così, un altro ebreo, a distanza di 1500 anni, muore sulla croce in virtù di quel Potere che, in tutti i tempi, non sopporta la giustizia e la Verità, né, tanto meno, chi le professa.
Già soltanto dalla semplice illustrazione della trama, si evince come l’ultimo film di Scimeca rappresenti un po’ la summa di tutti gli argomenti trattati nelle sue opere precedenti.
Ma in questa storia, estremamente impegnativa per la profondità e complessità della tematica, ciò che conta non è tanto la “Passione”, cioè il dolore e la sofferenza del Cristo (come nel film di Mel Gibson), quanto la “Parola”. Ed il fatto che Gesù, nella realtà storica, fosse un ebreo, paradossalmente lo rende un personaggio universale: infatti, mettendo tra parentesi la sua essenza divina, che è alla base stessa del cristianesimo, è proprio la sua ebraicità e la sua cultura intrisa della tradizione storica ebraica a renderlo un “profeta”, il cui “verbo” è riconosciuto e accettato, oltre che dal Cristianesimo (per il quale Gesù è l’Unto del Signore, il Salvatore dell’umanità e il figlio stesso di Dio), anche dall’Islamismo e dall’Ebraismo, le tre religioni monoteiste che professano la fede nello stesso Dio e negli stessi profeti, per le quali, piuttosto che cercare e trovare le diversità, occorre cercare le cose che uniscono: il che eviterebbe tante divisioni, odio, guerre e stragi.
In effetti, la “passione” di Giosuè l’Ebreo costituisce l’atto conclusivo, ma non finale, di un odio verso gli Ebrei che si è protratto nel corso dei secoli e la cui ingiustizia è stata riconosciuta dalla stessa Chiesa cattolica (e, in particolare, da papa Giovanni XXIII, le cui sagge parole sono riportate a conclusione del film), ma che potrebbe continuare e, sotto vari aspetti, continua a tutt’oggi,pur nell’ambito di una diversa e più complessa situazione storica, a cui, comunque, il film pure rimanda, nella considerazione che la storia del passato deve servire anche a far conoscere e comprendere meglio il presente.
|