10 set 2005

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Garspatum
di Aleksej German jr.
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Speciale Venezia. Concorso
Un calcio alla guerra
di Massimo Tria

Quasi perfetta l’operazione del figlio d’arte German junior, che inscena l’inizio dell’età contemporanea sullo sfondo della passione di due fratelli per il football.

Il film è russo, i suoi personaggi principali altrettanto; ciò nonostante in apertura sentiamo lacerti di conversazione in una lingua slava meridionale (diciamo: “jugoslavo”…), ed intravediamo alcune figure sparse e sperdute fra le brume di una campagna della Bosnia-Erzegovina. Risuonano poi i nomi che hanno dato il via al secolo più sanguinoso della storia, collegati all’evento che ha forse dato la stura e la direzione a tutta una serie di conflitti su scala continentale o mondiale. Gavrilo Princip, il granduca Ferdinando, Sarajevo…
Anno 1914, di lì a poco ci sarà l’attentato anarchico contro l’erede al trono asburgico, di lì a poco generazioni di uomini, compresi giovani appena diciottenni, saranno scaraventati nel bagno di sangue le cui tracce stiamo ancora cercando di cancellare; sullo sfondo di questi eventi di portata per lo meno europea, il figlio d’arte Aleksej German jr. (suo padre è uno dei maestri viventi del cinema russo) prova con mano ispirata ad intessere la metafora della gioventù russa bruciata nei suoi ideali e nei suoi sogni quotidiani dal vortice di fuoco e piombo che si abbatté sul continente tutto.

German aveva portato a Venezia il suo primo lungometraggio, L’ultimo treno, che aveva stupito per rigore formale e capacità di inserirsi nella lunga e prestigiosa scia del cinema sovietico (Tarkovskij, German senior stesso, certo Michalkov intimista), con la storia tragica ed antieroica di un medico militare perso nelle linee del fronte, che durante la seconda guerra mondiale perdeva il senso della propria missione umanitaria e la bussola dell’umanità in toto, sconvolto dal caos bianco ed innevato del campo di battaglia. Qui German jr. ritorna a gettare il suo sguardo ispirato sul “contorno” dell’avvenimento bellico, spostandosi indietro nel tempo, fino a risalire a (forse) una delle radici dei mali su grande scala che ci affliggono, la perdita di senso e di umanità legata alla Grande Guerra.

Due giovani fratelli pietroburghesi condividono la passione per il calcio, e sfruttano gli ultimi mesi di vita pacifica per rincorrere un pallone sulle fangose stradine della città sulla Neva, e per rincorrere il proprio sogno di gioventù: costruire un campo di calcio cui possano accedere liberamente i giovani appassionati e senza soldi che dietro ad una sfera rotolante negli anni dieci impiegavano già gran parte del loro fiato e dei loro sogni. “Harpastum” era, nell’antichità greco-romana, il nome di uno “sport” progenitore del moderno calcio (la pronuncia russa trasforma poi il termine nell’enigmatico Garpastum del titolo): e davvero più che al moderno ed iperpubblicizzato football planetario i fratelli Andrej e Nikolaj (i loro nomi sono un omaggio ad una mitica coppia di giocatori russi realmente esistiti) giocano ad una sorta di calcio primitivo, una melmosa e caotica versione pre-Fifa dello sport planetario: invece che in casacche d’ordinanza si arrabattano in giacche e bretelle da uomini cresciuti troppo in fretta, invece delle porte e delle aree di rigore che non possono permettersi utilizzano ogni spiazzo immaginabile, mettendo in porta (ammassi di vestiti al posto dei pali) il più sfigato del gruppo (il “ciccione”, figura empatica del debole, destinato a coprire le spalle agli eroi…).
Che il calcio sia stato a volte (anche a sproposito) paragonato ad una metafora della vita si sa; ma che potesse diventare benefico oppio, passione tanto ottundente da non far notare la catastrofe incombente, ebbene, questa è una sensazione che ci giunge nuova. Vediamo sporchi ed incantati ragazzoni muoversi con vigore sullo sfondo di un mare silenzioso, oppure le loro figure balenano davanti a boschetti di betulle ancora intatti: la macchina da presa alterna totali e piani medi del campo brulicante con primissimi piani dell’oggetto del contendere, il pallone. Interminabili disfide hanno luogo fra pozzanghere e curiosi passanti, in un bianco-nero seppia (il film è a colori, ma “non si vede”) che confonde gli abiti infangati con la mota ed il cielo plumbeo, i volti lividi ed il cuoio della palla, in un irreale silenzio agonistico interrotto da perentori, quasi disperati “passa”, “tira”, “sono libero”.
Che la terminologia calcistica, che i comandi strategici emessi su di un campo di calcio si possano sostituire ad urla di speranza o a dichiarazioni di libertà? Che l’ostinata persecuzione di una sfera rotolante possa ottundere le coscienze di giovani pronti alla carneficina? Per German il calcio sembra piuttosto ricoprire il ruolo di slancio vitale, di enzima ed acceleratore delle passioni vere della vita, quali il sesso e l’amore fraterno. Lo “harpastum” del titolo poteva essere un agone olimpico fra gladiatori spartani (di nome e di fatto); qui il rincorrersi fra pozze di melma è per i fratelli un mezzo di affrancamento dalle rovine della vita (il padre fallito dopo una temeraria scommessa sulla nazionale russa, lo zio medico mezzo impazzito, la costante mancanza di denaro…).

German fa un film storico in costume senza fissarsi troppo sull’accuratezza della ricostruzione degli eventi, ciò che conta è la rievocazione: vero è che Sarajevo incombe in tutta la sua tragicità, vero è che la “belle epoque” russa con i suoi poeti maggiori si intravede fra una partita e l’altra (Aleksandr Blok è fra i “camei” storicizzanti della pellicola), vero è che nomi di figure reali ricorrono nel tessuto grigiastro della pellicola (gli stessi protagonisti derivano dal libro di uno dei fratelli Starostin, miti del calcio sopravvissuti al Gulag staliniano); ma qui i gretti confini del film di genere e di ispirazione reale vengono sfondati e superati fin dalla prima inquadratura: più che Gavrilo Princip che si appresta a partire per Sarajevo il giovane che vediamo sembra incarnare lo spirito smarrito della giovinezza europea, più che l’ipostasi di una coppia di mitici calciatori sovietici Andrej e Nikolaj sono il vigore stesso della gioventù mandato a marcire nelle trincee e nelle campagne di mezza Europa. Come dice un personaggio secondario, un calciatore che i soldati vanno a prelevare per rinserrare le fila dei caduti: “Nebo padajet”; “il cielo sta cadendo”, non ve ne accorgete?

 

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