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In diretta dal Festival di Berlino
Germania in autunno, Inghilterra in inverno
di Marco Cavalleri
“Der Freie Wille” e “V for Vendetta”: analisi di due diversi fallimenti.
Che il lunedi porti sfiga e’ noto almeno a chiunque lavori. In generale, va detto, e’ anche un brutto giorno per le kermesse festivaliere. Capitano le eccezioni, chiaro, ma sembra sempre che all’ orgasmo del weekend (grossi film, grossi ospiti, gran daffare direbbe Vonnegut) debba per contratto seguire una giornata vagamente penitenziale. Oddio, la pellicola da ricordare – l’ argentino El Custodio, analisi fredda e proprio per questo piu’ sconvolgente della vita sprecata e infine inevitabilmente violenta di una bodyguard ministeriale – ci sarebbe anche stata. Ma si e’ deciso cavallerescamente di cederla al compagno di avventure per cui si parla d’ altro. Piu’ precisamente di Der Freie Wille a firma Matthias Glasner che ha aperto il concorso giornaliero e dell’attesissimo V for Vendetta di James Mc Teigue, illustre sconosciuto dietro cui si nascondono firma cone i fratelli “Matrix” Wachowski e uno dei piu’ bei fumetti degli anni ’80, firmato Alan Moore. In entrambi i casi ci si trova di fronte a pellicole, sia pur non gravemente, deludenti. Sensazione che colpisce di piu’ nel primo titolo, a dir la verita’, se non altro perche’ sulla carta sembrava avere le carte in regola per essere interessante: in definitiva ci vuol coraggio a mettere in scena l’accidentata e infine tragica storia d’amore tra una ragazza vittima degli abusi paterni e un ex stupratore sempre sull’orlo della ricaduta. In mano a un regista adatto (penso a Ferrara con i suoi accidentati percorsi di colpa e redenzione, al rigore morale e filmico di un Bergman o un Bresson) avrebbe potuto uscirne una pellicola da ricordare. Peccato che Glasner - anche cosceneggiatore, e la regola vuole che in questo caso si sommino i demeriti - abbia avuto giusto l’idea ma non sia stato capace di padroneggiarla. Ne esce un film decisamente sovradimensionato (163 minuti, un’enormita’ dato lo spunto di partenza), spesso prolisso, dove sgradevolezze varie e non sempre necessarie (passi per la scena iniziale dello stupro, violenta ma necessaria per inquadrare protagonista maschile e atmosfera della storia, ma la protagonista violentata a mezzo scopino del water da una delle vittime precedenti fa solo ridere) avrebbero l’ ambizione di mirare alto, fino a un presunto discorso religioso su libero arbitrio e inevitabilita’ della ricaduta nel male. Ma non basta citare la Pieta’, come accade puntualmente nel finale, per essere Michelangelo: c’e’ semmai il rischio concreto di rivelarsi un po’ troppo supponenti. Il che, tra qualche sbadiglio e qualche membro virile in primo piano, accade puntualmente.
Quanto a V for Vendetta, il discorso e’ quello purtroppo ormai ben noto del rovesciamento dei media all’interno della cosiddetta “cultura popolare”. Tale per cui, se il cinema poteva proporsi qua e la’ come mezzo “nobile”, il fumetto rappresentava per definizione il grado zero dell’universo dei media. Poi le cose si sono rovesciate, e adesso e’ spesso il cinema a dover rincorrere la ricchezza testuale e semiotica della strip. Il che accade puntualmente anche qui. Tanto che il testo originario di Moore, ambientato in una futuribile Inghilterra filonazista e autentico inno all’anarchia, si riduce al solito film da filone supereroistico, con ottimi e abbondanti effetti speciali (che pero’ non rappresentano proprio una novita’), qualche sequenza di arti marziali e una brutale semplificazione della trama e del sottotesto fumettistico. Si vede, certo, e rispetto alla media assai bassa delle graphic novel portate sullo schermo siamo un paio di gradini sopra grazie a una regia perlomeno funzionale e a interpreti sopra la media. Ma si tratta pur sempre di un accontentarsi: il che non e’ mai proprio un complimento. Incassera’, presumibilmente, e come pop corn movie ci sta tutto. Il che e’ esattamente il suo limite.
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