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In diretta dal Festival di Berlino
A Praire Home Companion
di Marco Cavalleri
in campo i big al Festival di Berlino. E' la volta di Altman con A Praire Home Companion
In qualunque festival del mondo la regola vuole che il week – end veda scendere in campo i grossi calibri. Almeno sulla carta, che’ poi magari il risultato e’ di quelli inguardabili o appena appena accettabili. Quasi che la vecchia maledizione che vuole i film piu’ attesi deludere regolarmente i festivaliers sia scritta nella pietra e non rappresenti un mero per quanto sfortunato evento statistico. Detto questo, si puo’ immaginare con quale entusiasmo il sottoscritto si sia accostato all’ ultimo Altman, A Prairie home companion, che contende a Chen Kaige il ruolo di evento della giornata. A complicare le cose, quel poco che si sapeva della trama – incentrata sull’ ultimo show radiofonico di una compagnia in vago sentore di disarmo in un teatro destinato a diventare grande magazzino – non sembrava originalissima, e il fatto che la colonna sonora fosse tutta e solo country (genere di musica da me decisamente detestato). E allora, aggiungiamo che la trama e’ effettivamente inesistente e quel poco che ne resta fa rabbrividire per improbabilita’ (con tanto di angelo protettore della compagnia), risolvendosi in pratica in una serie di duetti o terzetti musicali, scenette comiche piuttosto telefonate e qualche battibecco piazzato ad arte per esaltare le doti istrioniche di un – come sempre per il regista di Kansas City - prestigiosissimo cast. Se avete letto fin qui, penserete che stia per concludere il pezzo avvisandosi di evitarlo: invece, per quanto possa apparire incongruo, il consiglio e’ di vederlo.
Altman (tra poco Oscar alla carriera: da un lato auguri, ma dall’altra gli americani dovrebbero vergognarsi di non aver trovato occasione di darglielo prima) sostiene che la idea del film sia nata dalla contemplazione del celeberrimo quadro Nighthawks di Hopper, la cui fedelissima riproduzione apre e chiude in effetti la pellicola, e dalla considerazione che vedendolo e’ impossibile resistere al dubbio se il momento fissato sulla tela rappresenti l’inizio o la fine di una storia. Si direbbe che la risposta che si e’ dato consista nel non ritenere molto importante in quale direzione temporale ci si stia muovendo. E allora che la storia si trasformi pure in semplice canovaccio, che’ non e’ quella la mira dell’autore. L’importante e’ riunire intorno a se’ una compagnia di provato affetto e capacita’ espressive, poter parlare di cose che gli piacciono e osservare che, se il tempo scorre inevitabilmente avanti (e non a caso ci saranno dei morti anche tra i commedianti, e non a caso l’intervento dell’angelo protettore riuscira’ solo a rimandare ma non certo a impedire la chiususra del teatro), c’e’ ancora la possibilita’ di fermarlo. Almeno per una notte (lo show), forse nell’al di la’ (il finale), sicuramente tramite l’ immagine filmica, che e’ la vera protagonista del lavoro con un continuo ma mai nervoso muoversi della macchina da presa, impegnata si direbbe a catturare tutto il catturabile anche a rischio della dispersione narrativa. Un film nato da un assunto teorico, quindi, e che in qualche altro regista avrebbe probabilmente assunto i toni di un teorema algido. Ma Altman riesce a risolvere la dimostrazione con grazia e quello che si potrebbe solo definire buonumore. Non un capolavoro, certo, e tutte le riserve espresse all’inizio lo renderebbero del resto impossibile. Ma un bel film si’, e la controprova che si puo’ invecchiare anche senza diventare senili. Quando uscira’, consigliato.
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