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In diretta dal Festival di Berlino
Come ho smesso di preoccuparmi e ho cominciato a vedere altro
di Marco Cavalleri
I nostri inviati sono al festival di Berlino, tra film in concorso e sezioni minori
Ai Festival si va per vedere i film in concorso. La regola e’ talmente adamantina da non abbisognare di ulteriori commenti. E lo scrivente perlopiu’ cerca di attenervisi, anche quando ha la netta sensazione – se non proprio l’istinto soccorre l’esperienza – che si sta per buttar via del gran tempo. Ma a volte e’ bello, se non proprio trasgredire, perlomeno concedersi il tempo di qualche visione eccentrica, sia per tematiche trattate sia per paesi d’origine sia infine per diverista’ di linguaggio. E da questo punto di vista va detto che Berlino consente molto, per la storica tendenza di affiancare a un concorso magari non sempre di levatura eccelsa due sezioni – Forum e Panorama – dove passa davvero molto di quel cinema mondiale invisibile o quasi dalle nostre parti. La cosa comporta naturalmente dei rischi, visto che riferimenti e conoscenza di quel che si sta andando a vedere sono spesso inesistenti. E così capita di incappare in trucide storie horror/porno giapponesi (Magic Circus, fellinata senza capo ne’ coda con incesti vari e altre amenita’) piuttosto che in pellicole iraniane incentrate sulla rimozione di un pilone da una strada (Men at work, classico esempio di cinema per cui qualche tempo fa ci saremmo anche entuisiasmati e che ora troviamo sempre uguale a se stesso). Ma per fortuna succede anche il contrario. Soprattutto per quel che riguarda un genere ben definito, il documentario musicale, cui la Filmfestspiele dedica da sempre uno spazio ben individuato. E vale allora la pena di citare almeno due titoli, nella speranza che possano arrivare dalle nostre parti: Dave Chappelle’s Block Party e I’m your man.
Del primo si puo’ notare come la regia appartenga al talento – qua e la’ irritante ma senz’altro visivamente indiscutibile – di Michael Gondry, gia’ apprezzatissimo videomaker e poi entrato in rampa di lancio cinematografica con Eternal unshine of the spotless mind. Talento qui confermato nel riprendere una reunion hip – hop caratterizzata anche dal riformarsi dei Fugees. E si direbbe che Gondry riesca nella cosa rara di riunire il meglio delle due forme: da un lato la precisione cronometrica del videoclip, che non necessariamente significa frammentazione caotica delle inquadrature, dall’altra la capacita’ narrativa del cinema in quanto tale (e va detto che quando Lauryn Hill canta Killing me softly anche chi non ama il rap fa fatica a non emozionarsi). Senza essere imperdibile, uno di quei titoli che non sarebbe male poter vedere: speiamo che qualche casa di distribuzione nostrana l’abbia notato.
Quanto al secondo, il fan di Leonard Cohen ha probabilmente gia’ capito di che si tratta. E in effetti siamo di fronte alla ripresa di un omaggio al grande canadese tenutosi all’opera di Sidney, cui partecipaono tra gli altri – solo per far qualche nome – Nick Cave e U2. Tutti in fila a celebrare il maestro, secondo uno degli schemi piu’ tradizionali del documentario musicale: e va riconosciuto che il film e’ fin troppo rispettoso di questa classicita’, senza voli di nessun genere a livello di girato o di montato. Ma da un lato la musica e’ memorabile, dall’altro c’e’ qualche dettaglio (irresistibile Leonard Cohen che lotta materialmente con la propria bocca prima di riuscire a pronunciare il termine punk) di quelli che rendono piu’ vicino e meno sacrale il personaggio ritratto. E quando Cohen e U2 intonano insieme Tower of song potrebbe anche scoppiare un incendio e non ce ne accorgeremmo. A produrre, dato curioso, Mel Gibson: almeno i soldi intascati per The passion possono servire a qualche buona causa.
E il concorso? Ma si’ alla fine prevale il dovere e ci si va lo stesso. Magari per beccarsi l’ennesimo intervento di lodevole intenzione e scarso costrutto sui problemi dell’attualita’ a firma Michael Winterbottom. Che non e’ un cattivo regista, e qua e la’ ha saputo anche dimostrare una buona cifra personale. Ma in questo The road to Guantanamo siamo purtroppo alle solite.Storia non vera ma verosimile su un gruppo di ragazzi inglesi di origine pakistana che, tornati in patria per combinare il matrimonio di uno di loro, commetteranno l’errore di sconfinare in Afghanistan durante la guerra contro i talebani venendo scambiati per appartenenti al Al – Qaida. Nobile impegno nel denunciare i soprusi posti in atto dalle forze alleate nei confronti dei presunti terroristi. Autentico sdegno per le torture e la coercizione cui gli stessi sono stati sottoposti. Lieto fine “problematico”. Ovvero tutto l’armamentario di un cinema fintamente documentario (con la solita cura di sovrapporre al girato riprese televisive sulla guerra vera e propria), in realta’ manipolatorio: tanto per capirci, dobbiamo prima essere rassicurati sul fatto che i coinvolti in realta’ sono bravi ragazzi per poter poi trepidare per loro e indignarci per le violenze subite. Come se Giunatanamo potesse essere meno scandaloso se ci fossero solo dei sicuri colpevoli. Con l’aria di voler condurre chissa’ quale battaglia di civilta’, il regista realizza invece una pellicola insincera, di quelle fatte a bella posta per suscitare dibattiti rassicuranti ed evitare con cura il cuore del problema. Naturalmente, in sala applausi a scena aperta: e magari la prenotazione per un premio. Se volete un consiglio, laddove avvenisse non tenetene troppo conto.
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