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In diretta dal Festival di Berlino
La forza dei sentimenti
di Marco Cavalleri
Due film in concorso al Festival di Berlino, l'iraniano Zemestan e il tedesco Sehnsucht. Fiacco il primo, interessante il secondo
Detto che la giornata, almeno dal punto di vista degli italiani, vive di due eventi – da un lato il meritatissimo Orso tributato a Wajda per il complesso della sua opera, dall' altro la presentazione in concorso di Romanzo Criminale – bisogna però anche parlare d' altro. Ad esempio, per quanto possa apparire banale, dei film visti. Va detto che la giornata, seppur non proprio esaltante, almeno non ha deluso fortemente: merito (minore ma da non buttar via di questi tempi) da ascrivere ai due film in concorso, l' iraniano Zemestan e – soprattutto – il tedesco Sehnsucht. Il primo giusto onesto, il secondo qualcosa di piú. Andiamo con ordine. Nel raccontare la storia di un vagabondo che decide di fermarsi in una cittá del sud dell' Iran a causa dell' attrazione per una giovane donna il cui marito è partito in cerca di fortuna senza piú dare notizie di sé, il regista Rafi Pitts (di cui magari qualcuno ricorda il brillante esordio con La Quinquieme saison, passato e premiato per un numero incalcolabile di festivals) fornisce un involontario ma preciso "stato dell' arte" del cinema iraniano: formalmente sempre piú ineccepibile (pare che siano tra i pochi ancora interessati ad occuparsi di una cosa non proprio banale come la composizione dell' inquadratura), visivamente e narrativamente fluido, ma anche sempre piú formale e costretto ad un realismo tale solo di facciata. Quasi che la spinta originaria propria del movimento, quella a rappresentare tramite episodi minimi valori e temi universali anche interni allo specifico cinematografico (si pensi a tutti i veri e propri saggi sulla rappresentazione cinematografica, sui suoi limiti e sulla sua forza regalatici da Kiarostami) si sia ormai esaurita in un relsaismo quotidiano che tenta senza troppo successo l' apertura al simbolico. Non sgradevole, certo, e con qualche sequenza riuscita come quella in sottofinale giocata quasi su registi thrilling: ma altrettanto certamente nulla di memorabile.
Meglio, si accennava sopra, il tedesco Sehnsucht. Titolo praticamente intraducibile in italiano, trattandosi di uno di quei termini di cui la lingua del posto abbonda che significano solo approssimativamente "sentimento". E di sentimenti ce ne sono in abbondanza, visto che la storia narra della crisi sentimentale tra una moglie e un marito che si scatena quando quest' ultimo, membro dei pompieri volontari del minuscolo centro in cui vive, conosce durante un meeting una cameriera di cui si innamora quasi platonicamente. Se la trama non vi sembra particolarmente originale non siete certo in torto: e va detto che lo stile piano e freddo della regista Valeska Grisebach, qui alla seconda fatica, non facilita esattamente l' identificazione dello spettatore. Se questi sono i difetti, non mancano peró i pregi. Consistenti nella buona resa degli attori – bravi a recitare in un costante sottotono, senza abbandonarsi agli istrionismi che pure il soggetto avrebbe reso possibili – e soprattutto in una sceneggiatura che sa chiudere con un finale davvero originale, a significare l'imponderabilitá dei sentimenti. E a statuire, dopo una pellicola che parte con un suicidio e quasi con un suicidio si conclude (ma non diciamo altro) che la vita vale comunque la pena di essere vissuta. Non so se andrá a premio, tantomeno se lo vedremo dalle nostre parti: nel caso segnatevi il titolo. Siamo in ambito di cinema ancora medio, ma di quel medio che sa regalare qualche emozione non proprio banale. Il che sembra un bel titolo di merito.
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