16 feb 2006

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In diretta dal Festival di Berlino
Tra alti e bassi
di Massimo Tria

Non di soli capolavori vive un festival. Presentati a Berlino il film d'esordio della bosniaca Zbanic e Invisible Waves del tailandese Ratanaruang

Raggruppiamo in queste righe alcune considerazioni su un paio di film passati in concorso a questo festival berlinese, edizione 2006. Li riuniamo in uno stesso articolo non per pigrizia, ma perché si tratta oggettivamente di film che non ci hanno impressionato particolarmente.
L’esordio nel lungometraggio della bosniaca Jasmila Zbanic (Grbavica, dal nome di un quartiere di Sarajevo) conferma una triste impressione: che i registi delle repubbliche della ex-Jugoslavia abbiano una concreta e palpabile difficoltà a smarcarsi dall’“obbligo” di fare film, appunto, sulla “ex-Jugoslavia”. Tare etniche, vittime psicologiche delle tremende guerre balcaniche, rielaborazioni di tragedie familiari e di violenze pubbliche, sono questi i temi che predominano ormai (almeno sul palcoscenico dei festival) nelle produzioni serbe, croate, bosniache. E non sempre, come succede nel bellissimo ultimo Paskaljevic, Sogno di una notte di mezzo inverno, il risultato si eleva artisticamente al di sopra della mera riproposizione di uno dei numerosi drammi umani; in questo film l’autrice bosniaca corona una sua attività di ricerca e di rielaborazione documentaria dei drammi delle donne del suo paese, e il suo interesse umano-documentale traspare anche in quest’opera di fiction. Una madre vittima di stupro etnico (una solida ed in patria piuttosto famosa Mirjana Karanovic, attrice kusturiciana d’annata) cerca di nascondere alla figlia la vere origini della sua venuta al mondo, assommando ad una verità nascosta la costruzione di un falso mito familiare: ella infatti fa credere alla giovane Sara che il padre sia stato un martire di guerra, uno “shahid”, motivo perciò d’orgoglio e di prestigio per la famiglia. Di certo il tema non permetteva alla coraggiosa regista di giostrare eccessivamente nella gamma dei toni narrativi, ma una certa freddezza e meccanicità della elaborazione non depongono a favore di un film che potremmo in fondo definire come “uno dei tanti”. Un ulteriore (per quanto necessaria e sentita) testimonianza romanzata degli orrori imperdonabili commessi sulle povere donne di tutte le etnie e religioni, un dramma familiare svolto con rispetto e senza eccessi melodrammatici, uno spaccato della malavita di Sarajevo, ma in fondo non molto di più. È da lodare comunque una certa capacità della Zbanic di far progredire la storia, all’interno della quale la verità emerge in modo graduale e motivato (attorno ad una gita scolastica con la quale la giovane Sara vuole coronare il suo desiderio di libertà), causando una dolorosa, ma credibile trasformazione nei rapporti fra madre e figlia, nonché nei caratteri stessi delle due donne. La piccola Sara inizierà a fare i conti con la tremenda verità legata alla sua nascita, sua madre imparerà ad aprirsi alla confessione dei gruppi di ascolto, smettendola di tenere tutti per sé, non elaborati, i suoi drammi vitali.
Per quel che riguarda invece il film in concorso del tailandese Ratanaruang, Invisibile Waves, non ci si può nemmeno aggrappare all’apporto positivo degli attori: la recitazione in inglese del cast multiculturale (i fondi produttivi sono suddivisi fra Hong-Kong, Olanda, Corea e Tailanda) è a dir poco imbarazzante: frasi assolutamente stereotipate (a metà fra cinismo western ed esistenzialismo di terza categoria), pronunciate con l’espressività dei teatri di periferia, sequenze prolisse e impersonali che non riescono a motivare la loro esistenza in vita neanche grazie all’apporto della fotografia varia e funzionale del sempre grande Christopher Doyle. A nostro avviso, per esempio, il protagonista giapponese è una “perdita secca” che rischia di rovinare anche quel qualcosa di buono (e ce ne sarebbe in realtà) presente nella sceneggiatura: una storia di “mafia culinaria”, con un capo della malavita appassionato di cucina che manda un suo scagnozzo in vacanza a Phuket per realizzare la sua vendetta a distanza (quello si faceva sua moglie…) sembra più che altro il classico pretesto per riunire in uno stesso film un paio di ambientazioni che leghino i paesi co-produttori, mentre il lungo e bizzarro viaggio in mare (la parte più curiosa del film) si estranea dal corpo dell’opera per i suoi toni dichiaratamente eccentrici e farseschi (varie gag sulle disavventure del sicario giapponese che rimane chiuso in camera, lotta con la brandina e incontra personaggi bizzarri). Sembra quasi un inserto scritto da un’altra mano, più ispirata e coraggiosa sì, ma comunque convincente solo a metà. A poco serve poi l’abbozzo (molto timido) di destrutturazione accennato da Ratanaruang: il fatto di partire dalla sequenza finale (poi comunque diligentemente ripresa in chiusura) smuove ben poco le acque della diegesi, impaludate in un tentativo all’acqua di rose di proporre un Tarantino meditativo-qualunquista.
Che dire: di certo quelli succitati non dovrebbero risultare fra i film più memorabili di Berlino 2006.

 

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