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In diretta dal Festival di Berlino
Sex and drugs (no rock'n'roll)
di Marco Cavalleri
Tra Concorso e Panorama due storie borderline, Candy e The notorious Betty Page
Ormai siamo quasi alla fine della kermesse, ma ancora non c’è il titolo che abbia soddisfatto completamente. E, mentre le occasioni diventano giocoforza sempre meno, se ne va un’altra giornata senza particolari acuti. All’insegna, almeno apparentemente, della trasgressione. Da un lato il concorso proponeva il pur atteso Candy dell’enfant prodige del teatro australiano Neil Armfield, incentrato su una coppia di tossicodipendenti. Dall’altro Panorama (dove comunque e’ passato, almeno per il genere documentario, molto del meglio del Festival) offriva The notorious Betty Page, biografia della famosa pin – up simbolo del bondage negli anni 50 a firma di quella Mary Harron che giá ha dimostrato una certa vocazione al morboso con American Psycho. Purtroppo entrambi i risultati non sono proprio indimenticabili. Nel primo caso, anzi, siamo forse di fronte al piú brutto e disonesto titolo della selezione ufficiale. Raccontando la storia d’ amore tra Candy e Dan, coppia di potenziali artisti (lei pittrice, lui poeta) che vedrano naufragare il loro matrimonio in una via crucis fatta di dipendenza, prostituzione e tragedie varie (non escluso un aborto spontaneo durante un disastroso tentativo di disintossicazione) Armfield non esita di fronte a nulla. Purtroppo per noi, non esita soprattutto di fronte al plagio (da Trainspotting a Larry Clarke), alle scene madri, al gigionismo di cui dá prova tutto il cast eccezion fatta per la coppia di protagonisti (e, se Heath Ledger si conferma ai suoi alti livelli, la Cornish potrebbe essere la prossima attrice australiana da tenere d’ occhio). E qua e lá il film deborda davvero nel fastidioso tout court, tra bellurie incongrue e atteggiamenti di ipocrita maledettismo che lasciano il tempo che trovano. Se proprio volete un film sul tema, il consiglio è di tornare a Panico a Needle Park di Schatzberg: o, al limite, al nostrano Amore tossico di Caligari, che al confronto sembra un capolavoro (e con questo penso davvero di aver detto tutto).
Diverso il caso - ma risultato ahimé non molto superiore – della seconda pellicola in questione. Che, esaminando gli anni della carriera come pin – up della protagonista, le sue problematiche relazioni interpersonali in un mondo ossessionato da maschilismo e puritanesimo, la sua conversione al cristianesimo che non si tradusse mai in abiura del proprio passato – ha almeno il merito di partire bene. Con una certa dose di umorismo, un ritmo veloce e capace di glissare sugli aspetti piú sordidi del milieu di riferimento (ritratto come una sorta di etá dell' oro dell' erotismo), in un certo senso un affetto autentico per il materiale scelto e per i propri – bravi – protagonisti (tra cui, va detto, una Gretchen Mol insospettabilmente credibilissima nelle vesti di ingenuo „oggetto del desiderio“ maschile.) Peccato peró che il racconto si sfilacci abbastanza in fretta, e che soprattutto si chiuda su un tono moralistico – omnia munda mundis, avrebbe detto Manzoni – che non ci azzecca nulla: quasi che la regista abbia voluto evitare possibili guai con la censura o con gli incassi sottolineando che, via, alla fine si stava scherzando. E il film finisce per rimanere a metá, in quella categoria sospesa tra buono e mediocre che sembra purtroppo la cifra estetica di questa non felicissima edizione della Berlinale.
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