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El Custodio di Rodrigo Moreno, con Julio Chavez |
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In diretta dal Festival di Berlino
La bella sorpresa sudamericana
di Massimo Tria
In concorso a Berlino "El Custodio" dell'esordiente Rodrigo Moreno. Film convincente e maturo.
Ricordiamo ancora una delle più belle sorprese delle ultime edizioni della Berlinale, l’opera prima dell’argentina Lucrecia Martel, La cienaga, che ci rivelava un autentico talento di quella cinematografia sudamericana. Questo Rodrigo Moreno ora, con il notevole El custodio, si inserisce felicemente nell’amato club delle “belle sorprese sudamericane”, confezionando un film rigoroso per fattura, compatto nella narrazione e conseguente nell’uso dei mezzi tecnici.
Ruben, un single con una famiglia problematica, fa la guardia del corpo di un importante ministro del governo argentino; le sue insoddisfazioni personali, la monotonia e la potenziale pericolosità della professione sono rese ancor meno sopportabili da un comportamento sgradevole del politico in questione, che abusa (a dire il vero senza cosciente cattiveria) della sua posizione, mettendo spesso in imbarazzo il suo body-guard, costretto a seguire i capricci del “principale” e del suo entourage.
Questo esordio al lungometraggio del trentaquattrenne Moreno (dei suoi precedenti cortometraggi si dice un gran bene), si distingue per lucidità registica e per uno stile personale già praticamente maturo. E’ un film che potrebbe apparire freddo ed arrischiato: molto parco nei dialoghi, a volte estremo nella scelta del punto di vista, piuttosto scioccante nel finale, El custodio va ad inserirsi in quella zona grigia fra il documento psicologico estremo e la storia borderline di un semplice uomo “costretto” al delitto dalla mera bruttezza della vita. Il volto segnato e quasi privato del sorriso del notevole interprete principale, Julio Chavez, è ripreso a volte con primi piani insistenti, che ad ogni modo non tradiscono emozioni di sorta nel ligio esecutore del proprio dovere di “custode”, altre volte è quasi rubato con tagli e focalizzazioni ardite che lo pescano inerme in mezzo alla folla o immerso in grigie ambientazioni liminari: sale d’aspetto, ascensori, parcheggi, bui corridoi, sedili di macchine blu, sono questi gli unici luoghi permessi ad un angelo custode intristito, sebbene non abbrutito da una vita sfortunata. E’ come se Ruben non avesse diritto ad una vita sua propria, ma potesse soltanto sbocconcellare gli scampoli e le briciole gettategli dal padrone quasi assoluto del suo destino, il ministro. I luoghi e i modi del film danno vita nel complesso una sorta di limbo labirintico, una prigione senza scampo, in cui neanche il dolore o la rabbia riescono a sortire effetti.
Nessuna inquadratura è casuale, la mdp rivela sempre una presenza costante e pensosa di Moreno, che a volte segue (“pedina”?) con insistenza pervicace i piccoli movimenti, i piccoli smottamenti del carattere della guardia del corpo, altre volte ne rivela i piccoli cedimenti manifesti durante le snervanti attese di lavoro, altre ancora è poi costretto a seguire il politico e il suo seguito in corse senza senso fra corridoi e porte di ministeri e luoghi di riunioni.
Anche il lato privato, l’unica possibile ancora di salvezza per una psiche microscopicamente bombardata (da umiliazioni, da assenze di senso, dalla routine) cede: l’imbarazzo del sesso occasionale, la malattia nervosa di una sorella, la vuotezza conclamata dei giovani che lo circondano non concedono a questo combattente solitario alcuna via d’uscita se non un gesto estremo, che non riveleremo, sperando che una arguta distribuzione porti nelle sale italiane questo glaciale, doloroso pamphlet sulle forme sempre nuove che l’alienazione riesce a trovare per uccidere la speranza.
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