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L’ivresse du pouvoir |
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In diretta dal Festival di Berlino
Il potere della politica e degli affari
di Massimo Tria
l'ultimo film del grande Chabrol, in concorso a Berlino, prende spunto dalla corruzione dell'industria e della politica francese
Che Chabrol giochi con i generi e con i mostri sacri del cinema da lui adorati è cosa nota (e gliene siamo fondamentalmente grati); che giochi anche a scoprire le piccole, grosse magagne della borghesia francese, riesumando i numerosi scheletri nascosti nei suoi luccicanti e pesanti armadi, anche questo è di dominio pubblico (ma, per dirla tutta, quest’aspetto ci sembra meno essenziale). Che poi sappia sfruttare al meglio una delle attrici più continue del cinema d’Oltralpe, vale a dire madame Huppert, è una ulteriore dote che questo A comedy of power (come da titolo internazionale) non fa che confermare. Ma, ahinoi, tutte queste qualità non evitano all’ultimo parto del grande vecchio di accartocciarsi parzialmente nei labirinti di una storia troppo basata sul particolare e sulla cronaca politica recente.
Il fitto ed implacabile discorso che Chabrol ci presenta questa volta prende spunto da una vicenda di corruzione agli alti livelli dell’industria e della politica francese, e a nostro avviso il prodotto cinematografico paga appunto pegno alla derivazione cronachistica. Non che gli autori (la sceneggiatura è a quattro mani con Odile Barski) siano schiavi della realtà che li ispira: i riferimenti alla cronaca sono piuttosto generici e potrebbero valere per altri tempi, per altre latitudini, pur tuttavia la densa fattualità e gli intrighi poco chiari di una vicenda istruttoria-giudiziaria imbrigliano il volo metaforico del regista, che ad esempio con La ceremonie, o con La demoiselle d’honneur riusciva a liberarsi alla grande dal peso della cronaca nera di partenza.
Il film si avvia molto bene: l’ironia sagace del buon Claude fa presagire sfraceli e alate prese in giro del malcostume politico-manageriale, fin dal commento di prammatica posto però in epigrafe: “Riferimenti a persone e fatti reali sono puramente casuali”. Di casuale c’è invece ben poco, e ci sembra di vedere uno sghignazzante Chabrol che così mette subito le sue carte in tavola e si diverte ad appioppare ai suoi personaggi nomi da satira inglese del Settecento: meravigliosi ed azzeccati i nomi della giudice Huppert (Charmant-Killman), del manager vanesio e adulatore (Sibaud, leggi “si-beau”), nonché del giudice difensore (Parlebas). Se si considera poi che in questa tragicommedia in cui tutti, anche i “buoni”, sono rovinati dalla sete di potere, l’unico personaggio indifferente agli intrighi e alla carriera si chiama “Felix”, si fa piuttosto palese il discorso di “nomi parlanti” e simbologie cromatiche che il buon francese dispiega davanti ai suoi spettatori.
Se la lotta al potere trascina nel maelstrom delle passioni e rovina l’equilibrio morale anche dei personaggi potenzialmente positivi (leggi: il giudice-Huppert), si fa evidente il significato di inquadrature giocosamente insistite sul suo abbigliamento un po’ eccentrico o l’insistenza sui suoi rapporti interpersonali: i suoi guanti rossi stan quasi a suggerirci che chiunque si bei del dominio sugli altri finisce con lo sporcarsi le mani di sangue, mentre l’insipido rapporto con il marito-casalingo è controbilanciato da una sorta di amore platonico con il nipote Felix di cui sopra, che potrebbe rappresentare una via di fuga dalla ubriacatura di potere e dalle esagerazioni persecutorie, ma non riesce a salvare la vita privata di una donna in carriera vittima e carnefice al tempo stesso.
Se la Huppert, a nostro avviso, è lucidamente violenta e conseguente nella sua parte (in due parole: un’interpretazione perfetta), e se i dialoghi sono acuti ed efficaci come raramente ci accade di sentire, non ci si può tuttavia nascondere che la sceneggiatura nel suo insieme, nonché la regia divertita e guascona rimangano non perfettamente amalgamamte: è come se il film, pur con le doti innegabili di cui sopra, non diventasse “testo”. La colpa sia da attribuire forse ad un’eccessiva attenzione data nella seconda parte a personaggi e intrallazzi di cui poco lo spettatore capisce ed ancor meno gliene cale. Peccato che il pur amato Chabrol abbia voluto strafare: pur prendendo ironicamente le distanze fin dall’epigrafe auotironica, pur avendo a disposizione singole scene che non perdono un colpo, pur potendo contare su una Isabelle in stato di grazia (è il loro settimo film insieme), egli rimane intrappolato nelle maglie della “imitation of life”; in questo modo la fiction (che in trame di questo tipo necessità uno sfoltimento diegetico e di una narrazione più lineare) rimane appesantita dal coté giudiziario, il sostrato simbolico non acquista la vitalità che si meriterebbe ed il film rimane un bel lavoro a metà. A nostro modestissimo avviso spingere sulla leggera satira e sfoltire la casistica di intrighi e accordi di corridoio ci avrebbe donato un film migliore.
Rimane però il fatto innegabile che chi scrive queste note non è il regista del film, per cui non gli rimane che essere grato a Chabrol per quello che ha ritenuto opportuno di fare.
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