19 feb 2006

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In diretta dal Festival di Berlino
Processi e verdetti
di Marco Cavalleri

Ormai al termine il concorso spara le ultime cartucce. Con qualche buon risultato.

Ci siamo, ormai. Il concorso della 56¨^ edizione della Berlinale è alle spalle. Certo, resta qualche titolo a solleticare l’ attenzione (molta l’ attesa per Capote, minore ma motivata quella del cinefilo per l’ edizione definitiva di Pat Garret e Billy the Kid che chiude il festival domani) ma la parte competitiva si chiude oggi. E dopo le non poche delusioni di un concorso scentrato almeno l’atto finale è all’altezza: proponendo due pellicole magari non eccezionali ma sicuramente sopra la media, l’americano Find me guilty a firma del vecchio leone Sidney Lumet e il tedesco Requiem di Hans Christian Schmid. Entrambi curiosamente tratti da fatti veri: viene da ripetere il pur abusato concetto della realtá superiore alla fantasia. Ma andiamo con ordine.
Un processo per mafia che gode del singolare record di essere stato il più lungo della storia giudiziaria americana. Un verdetto assolutamente sorprendente. Un protagonista che si scopre involontariamente e nelle peggiori circostanze possibili eroe popolare e star dei media. Bastavano questi elementi ad attribuire la paternità dell’opera a Sidney Lumet; che su simili basamenti ha costruito molta parte della sua carriera (e delle sue cose migliori, da The verdict a Prince of the city sino al celeberrimo Quel pomeriggio di un giorno da cani). Il che, da un lato, poteva far temere il peggio: non sono purtroppo pochi i casi di cineasti ormai inseniliti aggrappati ai propri stilemi senza aver più nulla da dire. Ma Lumet ha dalla sua un professionismo da cinema americano vecchia scuola, di quelli che non tradiscono, e a quanto pare ancora una visione del mondo da offrire. Visione che si è decisamente fatta più amara ed ironica rispetto al passato, soprattutto in quanto è venuta meno quella fiducia nella giustizia, magari ingenua e fideistica che ne aveva caratterizzato i lavori precedenti. Qui invece, nel raccontare della vicenda del modesto wise guy Jake DiNorscio, già condannato a trent’anni e inviso alla stessa famiglia mafiosa di cui fa parte, che al processo che coinvolge tutti i membri della stessa decide di difendersi da solo diventando involontariamente un atout formidabile della difesa, non si salva più nulla. I procuratori distrettuali (dato peraltro verissimo, e qualcuno dovrebbe rifletterci dalle nostre parti prima di invocare riforme all’americana dell’apparato giudiziario) non sono paladini della giustizia ma carrieristi senza scrupoli, i poliziotti sono agli ordini del potente più vicino, i collaboratori di giustizia sono pur sempre criminali che hanno solo scelto di non marcire in cella. E i toni da commedia, supportati da un incredibile Vin Diesel scelto contro la parte ma bravissimo a incarnare il mafioso ignorante ma tutt’ altro che stupido, non nascondono un’amarezza di fondo sullo Stato dell’Unione e sulla validità delle sue istituzioni.Gran balletto di mosse e contromosse processuali, divertente ma orientato al massacro, Find me guilty è un titolo da tener presente.
Altrettanto puó dirsi di Requiem. Che riprende curiosamente lo stesso spunto di The exorcism of Emily Rose passato a Venezia quest’anno, ma per svolgerlo in una chiave completamente diversa. La terribile vicenda di Michaela, ragazza apparentemente affetta da una misteriosa e incurabile malattia mentale che, dopo ripetute e sempre peggiori crisi a carattere mistico, decide infine di affidarsi all’esorcismo andando incontro alla morte, era di quelle a forte rischio di sensazionalismo e grossolanità. Ma il regista, forte di una sceneggiatura ben costruita e di una eccezionale interprete femminile (Sandra Hǘller, cui per querl che vale conferisco fin d’ora il premio alla migliore attrice), riesce a evitare quasi completamente la trappola. Costruendo un teorema piuttosto rigoroso sull’ambivalenza del martirio, che puó essere tanto chiamata dal cielo quanto desiderio narcisistico di affermazione tramite l’ annullamento del sè, ma instillando anche il dubbio che ci siano cose che sfuggono alla misurazione e alla spiegazione scientifica. Santa o pazza che sia, di fatto la protagonista si avvia alla morte certa di rispondere al disegno di Dio; e il fatto che questo disegno appaia imperscrutabile per certi aspetti fa pensare alla sua effettiva esistenza. Peccato per qualche scorciatoia un po’ troppo facile nella definizione dei personaggi di contorno (il pretino giovane e ambizioso, la madre sessuofoba) e per qualche episodio non necessarissimo; Ma, sia pure in sedicesimo, siamo dalle parti di quel cinema del sacro e soprattutto del suo mistero caro ai Bergman e ai Dreyer: e anche se Schmid li guarda da molto lontano ha almeno il merito di aver puntato lo sguardo in quella direzione.

 

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