| I dati |
Grbavica di Jasmila Zbanic |
| --- |
In diretta dal Festival di Berlino
Berlino, ex-jugoslavia
di Massimo Tria
l'opera prima della bosniaca Jasmila Zbanic, Grbavica, porta a Sarajevo tra guerra, tragedie familiari, violenze.
Vincitrice della cinquantaseiesima edizione della Berlinale è risultata, abbastanza a sorpresa, l’opera prima di una regista bosniaca, Jasmila Zbanic, che finora aveva lavorato con un certo successo all’interno del documentario e del cortometraggio impegnato, soprattutto nell’ambito del gruppo produttivo “Deblokada”, di cui è fondatrice.
La Giuria di quest’anno, a nostro parere molto più titolata di quella eterogenea ed eccentrica nel 2005, ha probabilmente ritenuto opportuno incoraggiare le nuove leve ed il cinema di impegno civile, per quanto non eccezionale sul profilo puramente artistico. La presidentessa Charlotte Rampling era affiancata fra gli altri dal direttore della fotografia di Spielberg (il polacco Kaminski), dall’ottimo attore tedesco Armin Mueller-Stahl, nonchè dall’interprete sudcoreana di Simpathy for Lady Vengeance, Lee Young-ae, o ancora dal marito di Bjork, l’artista multimediale Matthew Barney e dalla regista olandese premio Oscar Marleen Gorris (si ricorderа il suo L’albero di Antonia): a rappresentare visioni del cinema piuttosto discordanti, forse troppo perchè si potessero accordare su valori prettamente cinematografici.
A nostro modo di vedere il film capolavoro nel concorso non si è visto, e questo ha agevolato (come fin troppo spesso succede) una scelta di ripiego, o al “valore civile”; per carità, non che questa storia triste e combattuta di dignitа femminile nella Sarajevo d’oggi sia disprezzabile, ma l’impressione che i registi della ex-Jugoslavia abbiano difficoltа a trovare ambiti tematici freschi e non prevedibili permane. Grbavica è un quartiere della capitale bosniaca, dove vive una donna vittima di uno stupro etnico (interpretata da una solida attrice di Kusturica, Mirjana Karanovic), insieme alla figlia, adolescente in boccio ed in cerca di sicurezze esistenziali. La madre prova a dissimulare l’ombra lunga e difficilmente cancellabile delle orrende violenze belliche nascondendo alla giovane la veritа sulla sua nascita, tanto che quest’ultima pensa addirittura di essere figlia di un martire di guerra, uno “shahid”. Al centro della progressione della pellicola sta proprio il graduale processo di emersione della veritа, mediato da successivi, drammatici passi che portano da una ovattata e mitizzata menzogna (il martirio per la patria, che dovrebbe essere confermato anche da un agognato documento, l’onore familiare) alla sconvolgente presa di coscienza del proprio stato indelebile di “vittima di guerra”.
Si capirà che, a meno di affrontare il discorso con rischiosi slanci metaforici e con un approccio poeticamente indiretto (si veda l’ultimo Paskaljevic, Sogno di una notte d’inverno) la gamma tematica di un film simile non permette grossi voli pindarici. Vero è che un dialogo credibile ed asciutto fra le personalitа femminili delle due solide interpreti и uno dei meriti inequivocabili del film, che il processo di nuova gestazione, di venuta alla luce della veritа e di “rinascita” della figlia è tratteggiato con verosimiglianza non melodrammatica; rimane perт al fondo una sensazione di giа visto, di eccessiva aderenza al vissuto ed al particolare, che si potrebbe anch’essa sм inserire fra i meriti “documentaristici” di questa Grbavica, ma che tuttavia non suscita entusiasmi eccessivi negli occhi e nelle papille gustative del gourmet cinematografico.
I personaggi secondari sono poco più che riproposizioni dei luoghi comuni del sottobosco delinquenziale post-jugoslavo, l’unitа di fondo dei toni a volte sembra impoverire la tavolozza espressiva piщ che uniformare il testo filmico, e delle buone idee di sceneggiatura (i flash mentali sulla violenza della protagonista, la decisione di dare un “taglio” col passato segnata dalla tonsura completa della ragazza) non bastano a far volare in alto un film discreto, ma forse non da primo premio. Non и un caso che la Zbanic si porti a casa anche il premio della Giuria Ecumenica ed il Peace Film Award, vale a dire di nuovo: premi ai contenuti, piщ che allo specifico filmico.
C’è comunque da dire che la regista bosniaca è particolarmente delicata ed accorta nel delineare i moti d’animo dei suoi adolescenti, i loro primi sospiri amorosi, la ribellione (qui non fine a se stessa) della combattiva quindicenne Sara, e che riesce a non cadere in luoghi comuni ed in semplificazioni cui pagano spesso pegno i film “post-jugoslavi”. Uno spaccato di vita della Sarajevo d’oggi, una voce di speranza per le donne che hanno subito tremendi ed imperdonabili torti (di qualunque etnia e nazionalitа esse siano) un’esortazione, soprattutto, ad uscire dal circolo vizioso dell’auto-isolamento (alla fine la madre e la figlia inizieranno un cammino nuovo, aperto alla dolorosa veritа), ma forse un film che tra una manciata d’anni non ricorderemo fra i capolavori del decennio.
|