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The Merchant of Venice Regia: Michael Radford. Sceneggiatura: Michael Radford dall’omonima opera teatrale di William Shakespeare. Fotografia: Benoit Delhomme. Scenografia: Bruno Rubeo. Montaggio: Luca Zucchetti. Costumi: Sammy Sheldon. Musica: Jocelyn Pook. Interpreti: Al Pacino, Jeremy Irons, Joseph Fiennes, Lynn Collins. Durata: 124’ |
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Speciale Venezia. Fuori concorso
Il mercante della mostra di Venezia
di Tullio Di Francesco
Fuori concorso Il mercante di Venezia della coppia Pacino-Radford: pedissequo con eleganza
C’è un vecchio detto a Hollywood che dice che il miglior sceneggiatore del mondo è William Shakespeare: basta vedere l’infinito numero di volte in cui il bardo di Stratford On Avon è stato tradotto su pellicola o, letteralmente, saccheggiato e riadattato per un giovane pubblico assetato di tragedie ma ignorante sulle fonti. Anzi, Shakespeare, ormai, è uno “sceneggiatore” anche fin troppo abusato e, come tutti i grandi, regge quando a mettere mano alle sue opere è un buon regista, crolla quando a farne man bassa è un signor nessuno. Ora, si dà il caso che, complice anche una non sempre salubre tendenza al filologicamente corretto, il grande classico inglese venga preso di mira quando non si hanno particolari idee in testa e qualche attore di fama vuole darci la sua versione del tal celeberrimo personaggio o del talaltro. Perlopiù sono pedisseque trasposizioni, eleganti nella forma ma esangui negli intenti (Molto rumore per nulla di Kenneth Branagh), o decisamente strampalate (Sogno di una notte di mezza estate di Michael Hoffman).
Non fa eccezione l’ennesima versione filologica shakespeariana, che questa volta vede imprimersi su pellicola una delle commedie più ambigue del drammaturgo inglese e uno dei suoi personaggi più tormentati e dileggiati (l’arcigno Shylock), impersonato da Al Pacino, divo di turno che, almeno in questo caso, si è battuto strenuamente perché questo progetto si realizzasse. Purtroppo dietro la macchina da presa troviamo Michael Radford, regista dalla carriera discontinua (Misfatto bianco, Il postino, B-Monkey) che non esitiamo a definire un semplice illustratore di storie. Costui, con a disposizione un budget che Orson Welles ai tempi di Othello si sarebbe semplicemente sognato, può permettersi di girare nelle location della vera Venezia con sfarzo di costumi e scenografie, illustrando una versione che non aggiunge nulla alla pièce originale (giusto un accenno all’amore virilmente “platonico” tra Antonio e Bassanio) e, anzi, ne semplifica la scala gerarchica eliminando quasi i servi e gli amori dei personaggi secondari. Radford però dimentica che il teatro al cinema crea solo noia compassata, specie se ci si dimentica che il secondo può essere usato in maniera molto più libera: un montaggio maggiormente incisivo ed originale avrebbe senz’altro giovato a quello che è semplice teatro su pellicola.
Sorvoliamo sulle implicazioni antisemite dell’ebreo schernito che pretende una libbra di carne cristiana in cambio di denaro prestato ad usura. Qui i cristiani sono tutti vigliacchi intrallazzatori, ma alla fine è Shylock a rimetterci tutto (ma questa proprio è l’ambiguità alla base dell’opera di Shakespeare). Com’era da aspettarsi la vera forza del film risiede tutta nell’interpretazione della coppia Antonio-Jeremy Irons e Shylock-Al Pacino: quest’ultimo, in particolare, dà carne e vigore ad uno Shylock indimenticabile. Le scenografie di Bruno Rubeo e i costumi di Sammy Sheldon fanno il resto.
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