18 feb 2005

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The Wayward Cloud
di Tsai Ming Liang
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In diretta dal Festival di Berlino
Uno straziante film porno... con "trama"
di Massimo Tria

Tsai Ming Liang, in concorso alla 55a Berlinale, unisce le atmosfere antononiane con la riproduzione "ossessiva" dell'atto sessuale

Altro non è, questa ennesima grande lezione del malese trapiantato a Taiwan, che sembra essere riuscito finalmente a fondere le atmosfere antonioniane con la riproduzione "ossessiva" dell'atto sessuale.
Che si tratti di un film sontuoso, dalla lettura non immediata, dalla struttura ricca ed accattivante, nessuno lo mette in dubbio. Che gli inserti a mo' di musical (li ricordiamo già in The Hole) siano gustosissime coreografie kitsch e geniali attacchi alla grigia realtà, è un altro dei meriti del film. Ma che questo sia un film porno in concorso alla Berlinale, beh, anche questo ci sentiamo a cuor leggero di poterlo affermare. Se mai avesse una distribuzione nelle sale, questo andrebbe a costituire l'ulteriore anello nella ipotetica catena Ultimo tango-Diavolo in corpo-Gola Profonda-Salò-Crash...
Sebbene non siamo certo esperti del genere, pensiamo di poterne riconoscere in fondo le caratteristiche "formali": una serie di situazioni-tipo costruite per inscenare dei coiti secondo il principio della variatio, la struttura causa-effetto vagamente blanda, la "culminazione", se così la si vuole chiamare, nella scena finale dell'orgasmo, e, last but not least, la rappresentazione non finta del coito umano. Che i modi siano sublimemente autoriali e che questo The Wayward Cloud sia finora il film che stacca per qualità di una spanna tutti gli altri del concorso non modifica la questione del genere: un porn-movie post-industriale.
L'attore feticcio del maestro orientale (il Lee Kang Sheng de Il fiume e di The Hole) cambia decisamente mestiere rispetto alla sua ultima avventura cinematografica: se in Che ora è laggiù faceva il venditore di orologi ed incontrava così una ragazza con qui intesseva una corrispondenza spirituale, qui per sbarcare il lunario in una Taiwan attanagliata dalla siccità non ha trovato meglio che fare l'attore in filmetti home-made. E non c'è ellissi o montaggio intellettuale che tenga: seppur non vediamo membri eretti (strano elemento "in assenza" in una pellicola che si permette ben altro) i coiti ed i post-coiti nelle più disparate posizioni non ci vengono affatto risparmiati nella loro durata e ossessività straniante, e sui set da quattro soldi in cui Hsiao-Kang è costretto a lavorare vengono inscenati accoppiamenti quantomeno fantasiosi, che riescono a coprire una buona fetta dell'armamentario classico del genere. Si va da una spassossima copula con tanto di guscio d'anguria per cappello (con la penuria d'acqua il succo di cocomero è diventato il modo più economico per dissetarsi), ad una titillazione con oggetto di plastica usato (leggi: bottiglia vuota), il cui tappo rimane sventuratamente incastrato nelle amene cavità della pornostar giapponese di turno che la "produzione" si è potuta permettere. La nazionalità dei copulanti non costituisce certo problema, e del resto la comunicazione verbale non è mai stata una preoccupazione pressante del maestro, almeno quella uno-a-uno: anche qui i pacchetti informativi marcati sono trasmessi alle masse indistinte dai mezzi di informazione, che ci mettono al corrente della gravissima scarsità d'acqua che assilla il paese e dei rimedi da adottare (come in The Hole consigliavano i rimedi contro l'epidemia "kafkiana"). L'acqua, che manchi o sia invece straripante o infetta, come nei precedenti capitoli dell'autore, è un agente chiave e determinante; qui la sua assenza può essere connessa ad un pressante bisogno di pulizia che diventa quasi impossibile da soddisfare (e anche le scene di sesso sono irrorate da cascate artificiali da finta-doccia). E lo svelamento della professione particolare del protagonista giunge ancora una volta alla sua amata non tanto da una comunicazione "orale" classica (aggettivo sul quale dovremo, ahinoi, tornare), bensì tramite un DVD porno che la ragazza scova e in cui il suo angioletto domestico Hsiao-Kang è immortalato in prodigiose e sudaticcie performance ginniche. Di amore vero negli incontri sessuali qui riprodotti nemmeno l'ombra, si tratta di puro, compulsivo, a volte clownesco, ma mai gioioso sbattimento e strofinamento di superfici. Il sesso è fatica.
Se l'annoso tema della (ma sì, spendiamo la tanto temuta parolina) "incomunicabilità" è anche qui inevitabile, esso non si esaurisce neanche in vero nella semplicistica opposizione sesso-amore, in quanto il finale rappresenta un congiungimento carnale fin troppo sul versante sesso, ben poco sul versante di affetto e dolcezza, e, ad una prima, insufficiente visione del film, questa conclusione con la sua stessa crudezza ci sembra rappresentare l'unione ed il ritrovamento finale di due anime complementari. Ma di cosa stiamo parlando in fin dei conti? Dubitiamo che il già non popolarissimo maestro riesca a trovare spazio sul mercato proprio con questa sua opera più estrema, per cui accenneremo almeno per sommi capi alla fine di questo The Wayward Cloud: la suddetta pornostar nipponica è svenuta, ma "the show must go on", e con espedienti a metà fra il farsesco e il necrofilo il piano di lavorazione del filmetto per adulti va avanti. Mentre si scopa una bambola di carne incosciente sostenuta a forza di braccia dalla crew il nostro eroe viene scoperto sul set dalla sua compagna, e non trova di meglio che coinvolgerla nella "sequenza". Mentre sta per giungere al dunque il sofferente forzato del sesso (animal triste anche pre-coitum) salta con movenze da Spiderman andando a posizionare il suo membro nella cavità fonatoria della gentile signorina, che fino a quel momento aveva a mala pena e con reverenza toccato, realizzando per paradosso una comunicazione "orale" completa in un film dove si odono forse dieci battute di dialogo. La sottolineatura (montaggio, sonoro, angolazioni, primissimi piani) di tale soluzione non ci lascia dubbi sulla volontà del regista di fare questa e proprio questa scena. Dopo i primi momenti di sconcerto (vedere l'uomo ragno saltare addosso alla vicina di casa dopo essersi sbattuto per dieci minuti una giapponese mezzamorta non lascia insensibili...) cerchiamo di ricondurre quella che sembrerebbe una scelta di pessimo gusto e di ridicolaggine oltre ogni dire all'interno del cinema di uno dei grandi incontrastati della visione post-moderna.
Il titolo rimanda alle nuvole che vagano senza meta nel cielo, a volte sfiorandosi, a volte fondendosi in forme nuove, e così, fedele alla sua poetica (ma pure in costante evoluzione) Ming Liang fa incontrare, sfiorare, confondere le vite dei suoi due aerei protagonisti, in perenne movimento per la città, in perenne inquieta ricerca di realizzazione. Sono come due larve, due essere umani in potenza, troppo affannati a fare scorta di acqua e mezzi primari per potersi dedicare all'essenziale, al trovarsi. Il congiungimento gioioso e colorato è quasi realizzato nelle amene scene musicali che si rifanno ai classici di tradizione mandarina, e che, come sfoghi onirici e scariche psichiche proiettate sugli scenari metropolitani, contrastano con l'opacità della everyday-life. Torniamo a dirlo: lascia un po' interdetti il modo acrobatico con cui l'autore porta i due a "congiungersi", ma non staremo a fare i moralisti più di quello che ci spetta, e pretendiamo invece un riconoscimento al film più "divertente" di Tsai Ming Liang.

 

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